Il lavoro dei rider sta cambiando: cosa ci aspetta davvero in futuro

Un’esperienza diretta sulle strade di Città del Messico rivela luci e ombre della gig economy, tra autonomia percepita, precarietà diffusa e nuove forme di organizzazione.

La figura del rider — il lavoratore che consegna cibo e beni a domicilio attraverso app digitali — è diventata simbolo di una trasformazione profonda del mercato del lavoro globale. Quello che in molti Paesi viene discusso soprattutto in termini di contratti, diritti e tutele è da tempo realtà quotidiana in gran parte dell’America Latina, dove le piattaforme hanno assunto un ruolo centrale nella vita lavorativa di molte persone.

Il lavoro dei rider sta cambiando: cosa ci aspetta davvero in futuro
Rider – Litlinks.it

In Messico, dove alcune app di delivery sono estremamente diffuse, lavorare come rider non è semplicemente un lavoretto per arrotondare, ma per molti è una delle principali fonti di reddito. L’esperienza di chi ha pedalato quotidianamente con l’app in mano racconta strade affollate di biciclette, città dove il rischio di incidenti è reale e dove la presenza delle piattaforme ha cambiato il modo stesso di concepire il lavoro.

Molti rider locali non vedono la loro occupazione come un’attività marginale: la pagano bene, soprattutto nelle fasi in cui le piattaforme incentivano le consegne, e percepiscono una certa autonomia nella gestione del proprio tempo. Tuttavia questa apparente libertà è spesso ingannevole, perché la vera “direzione” del lavoro non la dà un capo tradizionale, ma l’algoritmo stesso. Il telefono diventa il centro del controllo, trasformando l’esperienza del lavoratore e in qualche modo sostituendo funzioni che un tempo sarebbero spettate a un supervisore umano.

Il lavoro del rider: cosa sta accadendo

Un altro aspetto significativo riguarda la percezione del rischio e della sicurezza: le strade sono spesso teatro di incidenti, testimoniati dalle biciclette bianche lasciate in memoria dei rider morti durante il lavoro. Nonostante ciò, molti arrivano a considerare questa scelta preferibile ad altre forme di impiego informale, segno di un mercato del lavoro che offre poche alternative.

In Messico si osserva anche un intreccio tra nuove tecnologie e forme di precarietà già esistenti. Le pratiche di lavoro a cottimo e l’assenza di tutele sociali non sono nate con le piattaforme, ma queste ultime le hanno integrate e amplificate, imponendo ritmi e dinamiche che spesso si traducono in intensificazione del lavoro senza corrispettivi reali in termini di sicurezza o diritti.

Lo smartphone diventa così più di uno strumento per ricevere ordini: è un dispositivo politico e di controllo che monitora e guida ogni spostamento. Meccanismi come punteggi, incentivi e piccoli premi spingono i rider ad accelerare, a correre rischi maggiori e a cercare sempre più consegne, trasformando implicitamente il gioco in un motore di performance lavorative.

Infine, guardando al Messico come a un laboratorio delle pratiche neoliberiste, emerge come economie in cui la regolamentazione del lavoro è storicamente debole possano anticipare tendenze che, in forme diverse, si stanno diffondendo anche altrove. L’intreccio tra informalità, micro-imprenditorialità e algoritmi mostra come il futuro del lavoro sia già in atto, e pone interrogativi importanti su come tutelare chi lavora in un sistema sempre più digitalizzato e automatizzato.